L’ultima intervista all’indimenticata cantautore Lucio Dalla

«Non vedo l’ora di tornare all’Olympia» diceva Lucio Dalla solo qualche giorno fa. «Quando feci il primo Festival di Sanremo non arrivai in finale ma a un produttore francese piacque molto la mia canzone e mi portò a Parigi dove rimasi un anno. Ho ancora molti amici lì. La mia formazione musicale ha una parte anglofona e una parte francese anche se le mie radici sono profondamente italiane: abito da sempre a Bologna, poi ho case qua e la a Urbino, in Sicilia sull’Etna, alle Isole Tremiti. Purtroppo per colpa del lavoro le sfrutto poco, uso di più la barca, che è ormeggiata a Castellamare di Stabia ma è un vero e proprio studio galleggiante. Bocelli ci ha creato il suo ultimo disco».

Che rapporto ha con le varie anime dell’Italia?
«Amo molto i dialetti, sono legato per ragioni storiche ai dialetti del Sud perché sono quelli delle mie origini, ma adoro il dialetto bolognese. Nelle mie canzoni ho messo delle frasi dialettali come fossero slang. Nella musica si parla e si scrive con l’animo e con la testa abbandonando il linguaggio ufficiale».

Lei nasce come jazzista, giusto?
«La mia storia musicale è cominciata così, è lì che si è formato il mio amore per la musica che poi mano a mano è cambiato. La musica non ha steccati, ho fatto anche regìe di opere liriche, ho prodotto molti artisti. Non so neanche più io qual è il mio lavoro preciso, mi piace fare molte cose e mi diverto se sono diverse l’una dall’altra».

Cosa ricorda di Chet Baker?
«E’ l’inizio della mia storia musicale, ero poco di più di una mascotte, suonavo con loro ma facevo anche un po’ da accompagnatore. E’ stata un’esperienza musicale straordinaria, molto difficile e controversa personalmente».

Il suo rapporto con l’opera lirica?
«E’ iniziato con la regia di Prokofiev, un Pierino e il lupo che avevo teatralizzato, poi ho fatto Pulcinella di Stravinski con l’ Arlecchino di Busoni, Beggars opera , e quante ne vorrei ancora fare, solo che trovare il tempo non è facile. Ho anche scritto una versione nuova della Tosca , sia musica che testo non saprei neanche dire qual è la musica che sento più vicina».

Com’è nata «Caruso»?
«In modo totalmente casuale: la mia barca si è rotta e ho dovuto fermarmi nel porto di Sorrento: mentre aspettavo che la riparassero mi diedero la suite dove era morto Caruso: c’era il pianoforte che aveva usato lui e mi sono fatto raccontare le ultime ore della sua vita, poi ho aggiunto i pezzi in napoletano per dare l’ epos giusto. Mai avrei pensato che quella canzone avrebbe venduto 30 milioni di dischi nel mondo, pensare che se non avessi rotto la barca….»

Ma dentro c’è anche tutto il suo amore per Napoli.
«Napoli è la città che preferisco sia dal punto di vista della bellezza che culturale. È la mia seconda città, ma forse anche la prima. Bologna per me è stata importante fino alla fine degli Anni Settanta, è magnifica ma non mi dà la stessa sensazione di appartenenenza che mi dà Napoli. E’ un posto difficile da vivere con freddezza, o ti appassiona o ti infastidisce, un coacervo di culture e di linguaggi per me sono i luoghi ideali dove vivere».

Come è nata – e rinata – la collaborazione con Francesco De Gregori?
«Abbiamo lavorato insieme trent’anni fa con Banana Republic , poi non ci siamo più visti. Ci siamo reincontrati per caso e così è ripartito un nuovo tour, bellissimo, insieme. Poi magari non ci sentiremo più per altri trent’anni. Lo stimo moltissimo, è molto diverso da me ma proprio per questo ci completiamo a vicenda».

Perché un cantautore va al Festival di Sanremo?
«Sanremo è inspiegabile se non lo si vive: la maggior parte dei contenuti musicali di qualità non ci sono più, ma continua a colpire l’immaginario. Quando nel 1971 feci 4-3-43 vinsero tre canzoni che poi diventarono successi mondiali, adesso c’è una mediocrità appena accettabile ed è diventato un grande spettacolo multimediale. Ma quello della qualità è un problema globale nella musica. A seconda dei periodi storici ci sono paesi leader, innovativi, adesso sono le nazioni Nord europee con artisti come Bjork o i Sigur Ros che fanno ricerca e sperimentazione. E poi c’è il resto del mondo che vive nella frenesia delle varie mode e anche Sanremo casca in questo tranello».

Lei come ha vissuto l’era Berlusconi?
«Lo conosco bene, è un amico, credo che sia stata un’anomalia nella storia dell’Italia, ma assolutamente connessa con lo spirito del Paese. Mi divertivo a raccontare a chi mi chiedeva di lui che sicuramente è migliore di quello che sembra, non l’ho mai votato, ma umamamente è piacevole. Un fenomeno di tarda italianità: se ha raggiunto il potere è perche rappresenta un tipo nazionale. E’ tutt’altro che un personaggio mediocre dal punto di vista dell’energia e della comunicativa».

Il suo mestiere è cambiato e se dovesse ricominciare una carriera quale sarebbe?
«Come ho detto all’inzio, il mio mestiere è talmente variabile è cambiato così tanto negli anni, sono arrivate le major nel mondo della comunicazione e hanno stravolto la musica anche dal punto di vista produttivo. È difficile trovare un equilibrio tra qualità e successo in un tempo come questo. Però ha anche ottenuto spazio una musica di nicchia, che pur rimamendo di nicchia viene ascoltata più di prima. I cambiamenti vanno sempre guardati non con sospetto ma con fiducia».