L’attentato a Bruxelles non deve fermare la libertà e la tolleranza

Dopo i noti fatti di Parigi dello scorso Novembre 2015, ci ritroviamo ora, a distanza di pochi mesi, ad avvertire nuovamente il brivido della paura lungo la schiena.

Bruxelles, la “Capitale d’Europa” ha ricevuto un brusco risveglio di terrore e morte.

Bombe multiple ed in luoghi differenti, oltre trenta persone a terra sul campo e tanti feriti.

Non esistono più parole per definire la viltà di simili attacchi, né per urlare ed abbandonarsi a reazioni scomposte.

A tal fine, riteniamo opportuno riaffermare concetti già espressi all’indomani della strage del Bataclan, riproponendone integralmente alcuni stralci.

“E’ necessario per l’Europa e l’Occidente in generale, dunque, riflettere innanzitutto sulla propria essenza, capace di produrre fenomeni contrastanti e lontanissimi tra loro: il sublime e l’aberrante.

I principi fondanti delle società occidentali contemporanee, quali la libertà, la tolleranza, l’inclusione, ormai sedimentati nello spirito di ogni uomo, vanno oggi riaffermati con maggior decisione, ricercando anche percorsi logici innovativi per esigenze di convivenza nuove.

Pur prescindendo dalle analisi sulla situazione geopolitica globale, i fatti di Parigi dimostrano ancora una volta, ove ve ne fosse bisogno, che i problemi si annidano nel seno morente delle periferie delle nostre città, spazi urbani costruiti nel ventesimo secolo, frutto di visioni di un futuro che non si è mai realizzato.

Peraltro, prima o poi, i governanti europei dovranno pur ridare slancio a quelle politiche sociali che sono state il volano di crescita e di integrazione di fasce della popolazione estremamente diversificate.”

Ad oggi, la situazione internazionale ed interna non è affatto cambiata. Anzi, a dire il vero, ove possibile immaginare, è addirittura peggiorata.

Le leaderships delle società occidentali, però, devono ora mantenere la calma e cercare di comunicare ai propri popoli il concetto che all’indomani dell’11 Settembre 2001 il mondo è cambiato per non ritornare mai più ad essere ciò che era.

Il ristabilimento dell’ordine internazionale e la pace, infatti, vanno ricercati mediante soluzioni sin qui inesplorate, che, per inciso, non sono né la c.d. “pax romana”, né rinunciare ai propri princìpi.

“E allora, compresa la realtà circostante, il compito dell’Occidente è quello difendere fino in fondo e fino alla morte i propri princìpi fondativi, cercando di non lasciarsi trasportare dalla propria parte istintuale verso scelte irreversibili e pericolose.

Difendere i propri princìpi significa anche essere capaci di porgere l’altra guancia e di perdonare il male subito, con spirito cristiano, o laico se si vuole, ma non è questo l’importante.

Essenziale, invece, è ricostruire lo spirito comunitario su basi nuove e questo può farlo soltanto la politica, non le bombe.

In sostanza, non si tratta di pacifismo spicciolo. La guerra, a volte, è giusta e va fatta.

Trattasi, invece, di non perdere la propria anima, non correndo il pericolo di guardarsi allo specchio tra qualche tempo e vedere di esser diventati  qualcosa che non ci piace.”

Da quando scrivemmo queste parole, il nostro pensiero è rimasto pressoché identico, avvolto nel caldo abbraccio della speranza.

“Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell’oceano.”